Tarek da Colorare è uno di quei dischi che non metti solo “in sottofondo”: o ci entri dentro, o ti lascia fuori.

Rancore qui torna con qualcosa di parecchio diverso dal solito. C’è sempre il suo stile super complesso, ma stavolta è come se avesse deciso di rompere tutto e ricominciare da zero. Il concept gira intorno all’identità, alla memoria, al fatto di sentirsi un po’ “persi” — e questa cosa si sente in tutto l’album.
A livello di suoni, è un bel viaggio: passi da pezzi più hip hop a robe quasi elettroniche, con momenti molto più emotivi e altri più “strani”. Non è per niente lineare, ma è proprio quello il punto.
I testi… beh, sono da Rancore. Però ancora più incasinati del solito.
Ci sono pezzi dove gioca proprio con le parole, se le inventa, le smonta. A volte è geniale, altre volte ti fa dire “ok ma che ha detto?” — però in qualche modo funziona.
Il tema principale è proprio la ricerca di sé: ci sono pezzi più personali, altri più filosofici, e in mezzo tanta confusione (voluta). Non è un album facile, ma se ti ci metti a capirlo, dà soddisfazione.
In poche parole, non è il disco da ascoltare una volta e via. È uno di quelli che devi riascoltare più volte. Se ti piace il rap più “profondo” e sperimentale, ti prende. Se cerchi qualcosa di immediato… forse un po’ meno.
Credit by: @mentalillnessmuzik

