
IL CULTO DELLA NEBBIA:
Sulle note tetre e malinconiche del Torsolo, il liricista Gou Miyagi tramite le sue rime ci dà una rappresentazione reale e triste di un ritratto cupo e ipnotico della provincia italiana, dominato da nebbia, freddo e una sensazione di abbandono che sembra intrappolare chiunque osi respirare in quel paesaggio.
Fin dalle prime righe, l’immagine della campagna arida avvolta dalla nebbia richiama l’idea di uno stato di sospensione, quasi cinematografico, in cui la realtà perde i contorni e diventa materia di riflessione dolorosa. Il riferimento a Béla Tarr (un cinema dell’esistenziale e dell’ombra) mette subito in chiaro una poetica dell’attesa sofferta, dove la coscienza è costantemente interrogata dai “troppi scheletri nel fosso” e da un panorama che ti costringe a confrontarti con il tuo “mostro” interiore.
La voce narrativa è il vero motore del testo: ruvida, disillusa, prontamente priva di filtri. Si alterna tra confessione bruciante e attacco freddo al mondo circostante, con un registro che rasa il lirismo puro per calarsi nell’urgenza della realtà metropolitana di provincia. La contrapposizione tra freddo interiore ed esterno («Vengo da dove il freddo ti entra dentro / E lo sconfiggi solo a sondi alcolici») mette in primo piano una resistenza individuale che gorgeggia tra autodistruzione e lotta, tra disperazione e vigore ribelle.
Tutto questo lo possiamo ritrovare nella barra “L’Emilia paranoica delle notti senza un limite” che richiama "Emilia Paranoica" dei CCCP, che rappresenta un brano emblematico che unisce elementi punk, melodie tipiche dell'Emilia e allusioni alla storia e alla cultura comunista e locale. Esplora un'Emilia "paranoica", lacerata tra ideali del passato (come i partigiani e l'URSS), disillusioni dopo gli ideali, e una realtà provinciale concreta. Il pezzo trasmette un senso di disagio e presenta un'identità forte e contraddittoria, rappresentata anche dal numero 77, un chitarrista punk della zona. Il significato si trova nell'analisi del "Novecento" italiano e sovietico, oscillando tra apocalisse e integrazione, invitando a riflettere su cosa voglia dire "essere schierati" in un'Italia in evoluzione un po' come quella di oggi, e Miyagi ha voluto omaggiarli riproponendo similmente nella sua strofa una parte del titolo del brano.

Una citazione su tutte che spicca tra le tante è: “Persi, immersi dentro la bruma danziamo pensando al futuro”. Questo è un chiaro richiamo alla scena rappresentativa del film “Amarcord” diretto da Fellini nel 1973, in cui gli attori, incluso Alvaro Vitali, si abbandonano a una danza leggera e priva di passioni, immersi in un'atmosfera densa di nebbia che li avvolge. Anche qua chi fa da vera protagonista è la nebbia, che funge da filo conduttore per tutte queste citazioni, consentendo all’artista di condividere anche un po' dell’immaginario della sua terra tramite l'uso di metafore e allusioni che, se non esaminate nel contesto corretto, rischiano di essere trascurate durante l’ascolto.
Non sorprende la dichiarazione iconoclasta contro la “mode del cazzo” e gli influencer: l’io poetante reclama autenticità contro la spettacolarizzazione, proponendo la propria lirica come forma di resistenza contro una mercificazione della cultura. Le tematiche centrali sono la noia e la solitudine della provincia, la paranoia delle notti senza confini e l’immagine di un paesaggio che sembra esplorare confini tra realtà e ricordo. Le descrizioni delle “panchine fredde” dove la gente si accomoda a condividere “il bene” mostrano una comunità sospesa tra solidarietà e rassegnazione. Il testo fa leva su una mitologia del quotidiano: palazzi nel nulla, un’anarchia che alberga tra le vie, una provincia “pare come Berlino in periferia” dove l’emergere di una resistenza sociale è costretto a convivere con la sensazione di essere emarginati. Il linguaggio, a tratti crudo e incendiato, è parte integrante della poetica stessa: la scelta di termini forti, di dialetto fluente e di immagini dure serve a rafforzare l’immediatezza di una realtà che non può essere addomesticata.
La matrice intertestuale è ricca e marcata: Bukowski viene citato come fulcro della “resistenziale” che qui si materializza al bar del centro, trasformando il locale in un laboratorio di autobiografia, di tensione sociale e di esplorazione esistenziale. L’evocazione di una provincia descritta come “noia” ma anche come luogo di autenticità suggerisce una critica all’ideale urbano della perfezione e al mito della facilità di successo. Le fantasie di liberazione – “scrivere rime per evadere da uno status di un malessere” – si intrecciano a riferimenti cosmici, come “nessuno”, indicandoci una dimensione quasi cosmica della sofferenza vissuta; l’immaginario surrealista contribuisce a dare al testo una tessitura semantica complessa, dove il reale e il simbolico si sovrappongono.

L’uso della lingua è, in questo testo, una scelta precisa: mescola dialetto, slang, invettive e frammenti lirici, creando una musicalità che ricorda la tradizione rap ma alimenta un lessico poetico autonomo. La ripetizione di figure come la nebbia, la foschia e il paesaggio muto costruisce una cadenza quasi rituale, capace di fissare nella memoria lo stato d’animo del narratore. L’uso di immagini forti – “banchi di foschia”, “palazzi in mezzo al nulla”, “culto della nebbia” – non è mera effetto scenografico, ma veicolo di una filosofia personale: la nebbia come metafora della memoria opaca, della confusione esistenziale e della ricerca di senso in un mondo che sembra aver dimenticato la chiarezza.
Dal punto di vista della forma, il testo si mantiene su un terreno Western-letterario della musica-rap-poesia: ritmo spezzato, frasi taglienti, un andamento che prosegue tra frasi meno collegate ma legate da una logica di eco e di immagine. A volte la densità di riferimenti e di allusioni rischia di appesantire la lettura, ma questa compressione estrema è parte integrante della sua identità: un urlo che non trova sollievo, una disperazione che si fa stile.
In conclusione, questo testo è una prova vibrante di originalità e onestà: una confessione poetica della provincia avvolta dalla nebbia, un atto di resistenza contro la cosmeticizzazione della cultura e un inno alle radici della lirica urbana. Il linguaggio ruvido e le immagini nette creano un mondo sensoriale potente, capace di lasciare una traccia duratura nel lettore. Se potessi suggerire una pagina di revisione, sarebbe quella di affinare a tratti la coesione tra i numerosi riferimenti intertestuali per una lettura meno ostica dei non iniziati, senza però rinunciare alla potenza identitaria che rende questo testo così forte e autentico."
Credit by: mentalillnessmuzik

