
Con “Manifesto”, secondo singolo estratto da Life of an Underground Rebel, Whatafunk torna a mettere al centro quello che, per una certa idea di hip hop, dovrebbe essere ancora fondamentale: musica, contenuti e attitudine. Per l’occasione il produttore e DJ si affida ad Awon, rapper statunitense che conosce bene il mondo indipendente e che qui trova una base perfettamente in linea con il messaggio del brano. Il singolo, pubblicato da Little Beat More, è un omaggio alla cultura underground, ma soprattutto una presa di posizione nei confronti di un ambiente musicale in cui non sempre la sostanza viene prima dell’apparenza.
Dal punto di vista musicale, Whatafunk sceglie una strada ben precisa: boom bap ruvido, campioni polverosi e batterie incisive. Niente soluzioni particolarmente elaborate o tentativi di rincorrere sonorità attuali. La produzione punta dritta a un suono che conosce bene, mantenendo quella componente hardcore che caratterizza il pezzo dall’inizio alla fine.
Interessante anche il riferimento inserito all’interno del brano “I’m from the place where hardcore is beautiful”, tratto da “The Come Up” di AZ, brano del 2005 prodotto da DJ Premier. Non è una citazione messa lì per caso: è un richiamo preciso a una cultura e a un modo di intendere l’hip hop che continua ad avere qualcosa da dire.

A dare voce al brano troviamo Awon, artista nato a Brooklyn e cresciuto a Newport News, in Virginia. Il suo percorso indipendente parte nel 2008 e nel 2014 fonda Don’t Sleep Records insieme al produttore Phoniks. Una scelta che rende la sua presenza in “Manifesto” particolarmente azzeccata, considerando che il tema centrale del pezzo è proprio il valore dell’indipendenza artistica. Awon ha un timbro piuttosto morbido, ma non per questo perde incisività: le sue barre scorrono con sicurezza e si inseriscono senza difficoltà nell’atmosfera costruita da Whatafunk.
Il testo è probabilmente l’aspetto più interessante del singolo. Awon parla di underground non limitandosi a celebrarne l’estetica o a rivendicare una semplice appartenenza musicale. Il suo discorso si sposta anche su temi più ampi, come il potere, le contraddizioni della società e la tendenza a imporre regole per poi giudicare chi decide di non seguirle. L’immagine delle fondamenta fragili, utilizzata per descrivere strutture apparentemente solide, è una delle metafore che meglio rappresentano questo concetto.
C’è anche una critica abbastanza evidente verso chi rincorre fama e visibilità finendo per perdere di vista ciò che dovrebbe dare valore al proprio percorso. Per Awon contano la conoscenza, il lavoro e la coerenza, non l’immagine che si riesce a costruire intorno a sé. È un messaggio che può sembrare familiare a chi segue da tempo l’hip hop indipendente, ma che non perde attualità, soprattutto in un momento in cui spesso si tende a confondere la popolarità con la credibilità.

Il ritornello riprende il concetto di underground come una presenza ancora viva, capace di generare energia e lasciare il segno. Le rime si alternano a riferimenti culturali e giochi di parole, senza appesantire troppo l’ascolto. Awon riesce a mantenere il proprio stile e a dare continuità al discorso, mentre la produzione accompagna il tutto senza cercare di rubare spazio alla voce.
“Manifesto” è un brano che sa bene da dove viene e cosa vuole rappresentare. Whatafunk porta una produzione legata a una precisa tradizione sonora, Awon ci mette una scrittura che affronta temi coerenti con il suo percorso e con il significato stesso dell’underground. Non c’è bisogno di inventarsi qualcosa di nuovo a tutti i costi quando si ha ancora qualcosa da comunicare attraverso gli strumenti di sempre.
Alla fine, il messaggio è abbastanza chiaro: l’underground non è soltanto un’etichetta da utilizzare per darsi un’identità, ma un modo di intendere e portare avanti la propria musica. E “Manifesto” lo ricorda senza troppi giri di parole.
Credit by: @mentalillnessmuzik

